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| Anno I numero 4 - maggio 2006 |
NOTIZIARIO
MENSILE |
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GAY E DONAZIONE DEL SANGUE:
I DIBATTITI E L’OPINIONE DELL’AVIS
Per molto tempo la figura dell’omosessuale è stata esclusa dall’atto volontario di donare sangue. Questo accadeva perchè il decreto ministeriale emanato il 15 gennaio del 1991 dall’allora ministro della sanità De Lorenzo considerava criterio di esclusione l’esistenza, nella storia personale del donatore, di rapporti omosessuali, ritenendoli causa di trasmissione di malattie infettive quali l’epatite e l’AIDS. Per questa ragione, il questionario preliminare sottoposto dal medico all’aspirante donatore doveva contenere espressamente una domanda relativa all’argomento.
Dieci anni dopo invece, con il decreto ministeriale n.78 del 26 gennaio 2001, ancora oggi valido, l’allora ministro della sanità Umberto Veronesi, cancellava il divieto di donazione del sangue per gli individui che avessero avuto rapporti omosessuali, non considerando questi, di per sé, a rischio di contagio. In altre parole, la legge italiana finalmente accettava il basilare principio secondo cui non esistono categorie, ma piuttosto comportamenti o pratiche a rischio. Questo stesso decreto sanciva inoltre che, nel questionario da compilare prima della donazione, fossero presenti alcune domande sui comportamenti sessuali del soggetto, ossia se questo ha avuto rapporti sessuali con partner risultato positivo ai test per l’epatite B/C o per l’AIDS o in genere rapporti sessuali a rischio di trasmissione di malattie infettive, o se ha mai assunto comportamenti sessuali a rischio di trasmissione di malattie infettive e/o in cambio di denaro o droga. Il concetto di esclusione non ruota più dunque intorno all’orientamento sessuale della persona, che può quindi essere eterosessuale così come omosessuale, ma riguarda la possibilità o il rischio di contagio che certe pratiche o comportamenti possono implicare.
Nonostante la legge parli chiaro, negli ultimi anni, ugualmente sono sorte polemiche, nel momento in cui a un gay è stato negato di donare sangue anche da parte di grandi centri trasfusionali italiani. Un polverone è stato sollevato, ad esempio, nel marzo del 2004, quando la nota trasmissione televisiva “Le Iene” denunciò che, presso la Banca del Sangue del Policlinico di Bari, un giovane omosessuale di 25 anni era stato rifiutato in quanto gay. Da quel momento e visto che anche in altri due ospedali baresi il modulo di accettazione prevedeva di escludere chi ha avuto rapporti omosessuali, i circoli nazionali dell’Arcigay si erano mobilitati per produrre una mappatura su quello che avviene in tutti gli ospedali italiani: ''Ci risulta - e' stato detto - che situazioni come quelle di Bari sono presenti anche a Milano, Siracusa e Roma". E infatti la polemica si estese presto anche in altre parti del nostro paese: alla fine dell’estate del 2005, su un numero di “Pride”, il trentanovenne Paolo Pedote denunciava la sua vicenda personale. Egli, collaboratore della rivista e gay dichiarato, presentatosi al centro trasfusionale del Policlinico di Milano per donare il proprio sangue, si era visto respinto con la motivazione che i rapporti fra omosessuali maschi sono sempre a rischio AIDS. Questo episodio, ripreso in prima pagina dal quotidiano “La Repubblica”, suscitò un caso nazionale, innescando innanzi tutto un dibattito fra i due ex ministri della sanità Sirchia e Storace. Quest’ultimo, al tempo in carica, sconfessò il divieto e aprì persino un’inchiesta, mentre il suo predecessore Sirchia rivendicava, secondo “scienza e coscienza”, la scelta di considerare l’omosessualità maschile in quanto tale un ostacolo permanente alla donazione. Ma le conseguenze di questa vicenda andarono oltre: in tutta Italia, delegazioni di giovani dell’Arcigay, decisero di recarsi a controllare come la legge era applicata in altre strutture sanitarie pubbliche, a partire da Padova dove i medici hanno spiegato agli aspiranti donatori che l’omosessualità non è un criterio per escludere un soggetto dalla donazione, mentre lo sono i comportamenti sessuali a rischio. L’iniziativa piacque al Governatore del Veneto Giancarlo Galan, il quale colse “l’occasione per invitare i gay a venire in Veneto a fare le donazioni di sangue”, dichiarando fra l’altro: “Qui c’è un clima di totale tolleranza, anzi questo termine mi dà fastidio perchè accettare i gay dovrebbe essere ”scontato.
In merito alla questione milanese, l’AVIS nazionale diffuse al tempo un comunicato stampa, a firma del presidente Andrea Tieghi, di cui ci sembra opportuno riportare alcune frasi significative per comprendere la posizione dell’AVIS sul tema della donazione del sangue e degli omosessuali: “L’inidonietà alla donazione può essere stabilita per patologie, che mettono a repentaglio la salute del donatore o quella del ricevente, ovvero per l’evidenza di condizioni potenzialmente pericolose come comportamenti o pratiche ritenute a rischio. Per noi dell’AVIS, questa è l’unica discriminazione che accettiamo. Anzi, pretendiamo”. Anche l’associazione dei donatori di sangue dunque, nonostante gli spiacevoli episodi di cui si è detto, ritiene ormai impensabile escludere un potenziale donatore sulla base dei suoi orientamenti sessuali, poiché questi, lo ribadiamo, non comportano di per sé il rischio di contagio di malattie infettive.
È tuttavia importante ricordare a chiunque intenda effettuare una donazione di sangue che, trattandosi di un atto generoso di profondo significato filantropico, se si ha solo il dubbio di poter causare un danno al paziente ricevente, indipendentemente dalle proprie tendenze in campo sessuale, è opportuno astenersi dalla donazione.
FONTI:
www.arcigay.it
www.arcigaymodena.org
www.gaynews.it
www.girodivite.it
www.ladysilvia.it
www.oliari.it
www.repubblica.it
www.talassemicitorino.it
www.unita.it
Gay e donazioni: la posizione dell'Avis, in "AVIS SOS. Periodico d'informazione e culture dell'AVIS Nazionale", anno LVII, n.4, ottobre 2005, p.22.